mercoledì 1 agosto 2007

Mortalità

Cavoli, mi rendo conto solo ora, alla soglia dei trentanni, di quanto sono mortale. Questa illuminazione mi giunge in seguito ad eventi da poco successi riguardanti delle persone che mi sono molto care e molto vicine.
Sembra ieri che avevo sei anni ed andavo al mare con mio nonno e mia nonna, poco più che cinquantenni, due persone molto forti, ora invece mi sembrano molto indifesi, e non sopporto che non posso far nulla per farli tornare com'erano. Non posso star vicino a loro e farli sentire meglio, è il tempo che passa e che tutto si porta via: forza, salute, lucidità... Ma qualcosa lascia: esperienza, saggezza, fascino... Il tempo prende e da, non pensiamo troppo a quello che ci prende e valorizziamo quello che ci da'.

1 commento:

Luna in piena ha detto...

...a proposito di nonni...
Un racconto.

Col nasino schiacciato sul freddo ed appannato vetro della cucina osservavo sospettosa quegli strani uomini laggiù nel cortile ed i loro macchinari fumanti e rumorosi… cosa diavolo stavano facendo?
Lei, seduta accanto al termosifone, così silenziosa e diligentemente concentrata sul suo lavoro, sembrava non accorgersi nemmeno di tutto quel trambusto sottostante e della mia sottile, ma crescente preoccupazione.
Stavano piastrellando il nostro regno, con mattonelle grigie e rombi rossi, inghiottendo il vecchio fondo di ghiaia metro dopo metro. Minuto dopo minuto. Inesorabilmente. Il cortile non sarebbe mai stato più lo stesso.
Quello era il nostro territorio, lo scenario dei nostri giochi, e nessuno ci aveva detto niente… nessuno aveva avvisato noi bambini di un tale inutile stravolgimento.
Sempre più turbata per quell’irruzione imprevista scaricavo il malumore disegnando con i miei piccoli polpastrelli delle esili figure sul vetro ormai grondante di vapore. Un sole, un albero, delle casette… sapevo bene che se mi avesse vista mi avrebbe sgridata.
Forse era solo un modo come un altro per attirare la sua attenzione.
Il profumo delle mele cotte alla cannella riempiva l’ambiente. Fuori la nebbia era sempre più densa e facevo ormai fatica in quell’atmosfera bianca e borotalcata a distinguere le loro figure e a seguire con precisione i loro movimenti, il loro rastrellare e accatastare e trasportare incessante.
Rassegnata ad una realtà che non potevo comunque cambiare, mi avvicinai a lei, che stava sferruzzando qualcosa con un grosso gomitolo di lana blu. Non saprei dire cosa, forse una copertina per le bambole, o un maglioncino o chissà… il tempo mi ha portato via quei ricordi, o forse non l’ho mai saputo veramente.
Ero stufa, stranamente quel pomeriggio nessuno era venuto a giocare con me, e la mamma tardava. Osservavo rapita le sue mani lunghe e nervose lavorare abilmente a maglia, lo sguardo dietro gli occhiali tondi da gufo concentrato unicamente sul suo continuo velocissimo sferruzzare. Sbuffai ancora, e ancora più forte affinché potesse sentirmi. Finalmente alzò lo sguardo e si accorse che la stavo osservando annoiata con una bambola dai lunghi capelli rossi sottobraccio.
Non è mai stata particolarmente brava a giocare con me, ma non gliene faccio una colpa, perché nemmeno mia madre lo era. Con le amichette invece era diverso, noi si che ci capivamo… facevamo le mamme, le hostess, cucinavamo, giravamo il mondo… ecco, avevamo dei punti di vista forse più simili.
Ci bastava uno sguardo di un solo istante per capire dove ci avrebbe portate la fantasia quel giorno. Non una parola di più ed entravamo perfettamente nel nostro preciso gioco di ruoli, il quel nostro piccolo mondo parallelo, inaccessibile e totalmente incomprensibile a gran parte degli adulti.
In compenso lei era bravissima a raccontarmi delle storie incredibili per farmi addormentare di pomeriggio nel lettone della mamma; mi parlava di un certo “Barbagianni”… era cattivo, credo. Nella fresca semioscurità della stanza lo immaginavo con una lunga barba nera e con lo sguardo minaccioso e tagliente del pirata dei mari del Sud.
Mia madre invece le storie preferiva leggermele da uno di quei mille libricini colorati sempre pronti all’uso.



Li ho ancora tutti in un cassetto, compreso quello con l’illustrazione di un diavoletto beffardo che mi faceva davvero tanta paura!! Quel mostriciattolo rosso è stato il tormento della mia infanzia, e non mi è simpatico nemmeno oggi che certo non sono più una bambina…
Nel tepore confortante della cucina la osservavo incantata, pensando che anch’io un giorno sarei diventata abile come lei. Avrei fatto tanti vestitini per le bambole e tanti caldi maglioni per l’inverno e tante copertine dai rettangolini tutti colorati. Mi sbagliavo, avrei invece seguito l’esempio di mia madre, che riesce a mala pena ad attaccare un bottone.
Ma all’epoca ancora lo ignoravo e le chiesi volenterosa di insegnarmi a lavorare a maglia, fermamente convinta che qualcosa di buono ne sarebbe saltato fuori. Dovetti insistere, allora con riluttanza abbandonò il suo lavoro e rimproverandomi arrendevolmente “Nani nani…” scomparve alla ricerca di un paio di ferri e di un po’ di lana per me. Era rossa, questo lo ricordo. E il gomitolino era veramente minuscolo in confronto al suo … ci rimasi male e mi parve una palese mancanza di fiducia nei miei confronti. Ma non le dissi nulla.
Iniziò le prime righe e poi prese pazientemente le mie manine incerte tra le sue, cercando di farmi capire come proseguire. Appena mi lasciava sola cadevano i punti e si formavano dei nodi e non sapevo più come rimediare al disastro. Allora mi arrabbiavo e sbuffavo e mi spazientivo.
Non ho mai capito bene come funzionasse realmente il tutto, e non so ancora oggi se attribuire la colpa alla sua spiegazione sommaria o alla mia poca predisposizione al lavoro pratico.
Poi finalmente rientrò mia madre e mi salvò da quel mio primo, terribile fallimento.

Un pomeriggio d’inverno, uno come tanti altri negli anni a venire. Gli alberi spogli si stagliano netti come sculture contro un cielo grigio opprimente, la brina scintillante sul prato, il profumo denso e borotalcato della nebbia, il cinguettio di qualche passero solitario, l’odore delle mele cotte alla cannella. I vetri grondanti di vapore. Lei seduta accanto al termosifone, la tenda leggermente scostata per avere più luce, lo sguardo dietro i grossi occhiali tondi sempre concentrato sulle sue mani magre in un continuo sferruzzare o cucire o ricamare.
Io con una bambola dai capelli arruffati sottobraccio richiamo annoiata la sua attenzione e quando finalmente alza lo sguardo ci vedo tutto l’amore e l’affetto e la devozione del mondo.

In quel preciso momento ero convinta, ero certa che tutto sarebbe durato per sempre.
Quell’atmosfera, quel calore, quella tranquillità. Quella sicurezza.
Che niente e nessuno ci avrebbe mai separate.
Ora sei parte di me, nonna. In tutto quello che sono e che faccio ci sei anche tu. I miei traguardi saranno anche i tuoi, saranno merito tuo, per la donna che giorno dopo giorno, già da quel tranquillo pomeriggio d’inverno mi hai insegnato ad essere.
Ti porterò dentro sempre e dovunque.